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14.06.2022

«Un’idea condivisa di sviluppo che sappia unire le tante anime di Roma»


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L’intervento di Giustino Trincia, direttore della Caritas di Roma, agli Stati generali del patrimonio di Roma “Vivere, abitare, curare, valorizzare”. L’incontro si è svolto il 30 maggio 2022  presso la Centrale Montemartini.

Per affrontare il tema del “Vivere gli spazi sociali del patrimonio pubblico”, ci sembra necessario come Caritas di Roma, partire dalla riflessione sul valore che viene dato alla vita delle persone più fragili ed emarginate, dei poveri, degli anziani e delle famiglie in difficoltà, dei giovani e degli stranieri che abitano la nostra città. Rispondere alle loro istanze di sviluppo, di inclusione sociale, consente poi di essere più vicini alla tutela dell’interesse generale, del bene comune di tutte le altre persone che vivono la città. Da qui il primo interrogativo: come fare del patrimonio pubblico e degli spazi sociali che esso offre, una leva strategica per giungere ad un’idea condivisa di sviluppo della città che sappia unire le tante anime sociali, economiche, culturali e religiose che la caratterizzano? Come promuovere una città solidale e non più individualistica ed emarginante, attraverso un utilizzo accessibile a tutti degli spazi sociali disponibili che tenga insieme vivibilità, inclusione sociale ed uguaglianza?

Il patrimonio pubblico di Roma è immenso ma spesso appare totalmente impermeabile rispetto ad un altro mondo separato ma non sommerso della città: quello delle migliaia di persone che vivono in strada e in alloggi di fortuna; dello spopolamento del centro storico verso i quartieri periferici, oltre il GRA (700.000 persone negli ultimi dieci anni, fonte: MappaRoma); delle centinaia di migliaia di persone che si spostano ogni giorno per lavoro, studio, cura ed assistenza.

I tanti fondi e i molti progetti che in una sorta di epifania chiamata PNRR, verranno attuati nei prossimi cinque anni, saranno in grado di integrare le tante anime di Roma? Sapranno tener conto di volti, voci, storie di persone troppo spesso invisibili e inascoltate che tuttavia devono avere pari dignità nella costruzione di politiche pubbliche che inevitabilmente impattano anche sul loro vivere e abitare il territorio cittadino, i nostri quartieri, la nostra comunità urbana.

Nella celebrazione del Te Deum, la liturgia che conclude l’anno solare e che papa Francesco dedica alla sua Diocesi, la città di Roma, lo scorso 31 dicembre affermava: “una città accogliente e fraterna non si riconosce dalla “facciata”, dalle parole, dagli eventi altisonanti. No. Si riconosce dall’attenzione quotidiana, dall’attenzione “feriale” a chi fa più fatica, alle famiglie che sentono di più il peso della crisi, alle persone con disabilità gravi e ai loro familiari, a quanti hanno necessità ogni giorno dei trasporti pubblici per andare al lavoro, a quanti vivono nelle periferie, a coloro che sono stati travolti da qualche fallimento nella loro vita e hanno bisogno dei servizi sociali, e così via. È la città che guarda a ognuno dei suoi figli, a ognuno dei suoi abitanti, anzi, a ognuno dei suoi ospiti. Roma è una città meravigliosa, che non finisce di incantare; ma per chi ci vive è anche una città faticosa, purtroppo non sempre dignitosa per i cittadini e per gli ospiti, una città che a volte sembra scartare. L’auspicio allora è che tutti, chi vi abita e chi vi soggiorna per lavoro, pellegrinaggio o turismo, tutti possano apprezzarla sempre più per la cura dell’accoglienza, della dignità della vita, della casa comune, dei più fragili e vulnerabili. Che ognuno possa stupirsi scoprendo in questa città una bellezza che direi “coerente”, e che suscita gratitudine. Questo è il mio augurio per quest’anno”.

Una vita piena

Quante persone che abitano Roma vivono in realtà una “vita piena”? Piena non solo in senso economico e materiale, ma anche e soprattutto piena di relazioni umane, di affetti, di pari dignità e accesso ai diritti, ai servizi e alla cultura.

E in che misura censire, riqualificare e rigenerare il nostro immenso patrimonio pubblico con spazi da destinare ad una “funzione sociale”, può davvero costituire un volano per promuovere e sostenere le relazioni tra le diverse fasce di popolazione e per contrastare le diverse forme di povertà presenti a Roma?

Il Rapporto “La povertà a Roma: un punto di vista. False ripartenze?”, che abbiamo presentato lo scorso aprile, alla presenza del Sindaco Gualtieri e del Cardinale Vicario, S.E. Angelo De Donatis – ci parla di una popolazione che a Roma per il 14,1 % è a rischio povertà, mentre il 10,3% della stessa già versa in condizioni di grave deprivazione materiale. C’è uno stretto legame tra povertà, bassa istruzione e scarsa accessibilità alla cultura, poiché nascere in un nucleo povero impedisce l’accesso alle opportunità di crescita, anche di tipo educative. C’è un aggravarsi della cd. povertà educativa tra i minori e ad una situazione che potremmo definire di “analfabetismo di ritorno” per gli adulti, con l’aumentare quindi di un “gap culturale” tra i cittadini romani, anche giovani, proprio in un momento storico in cui a tutti sono richieste crescenti competenze, ad esempio di tipo digitale. Accanto alle criticità Roma presenta però anche delle straordinarie risorse, nei diversi ambienti (sociali, civili, istituzionali, economici, ecc.), delle sue buone pratiche, mi viene da dire di tanti testimoni e promotori di speranza e di fiducia, spesso “invisibili”, di opere di bene, di reti solidali e di soluzioni creative.

Come dimostrano tante iniziative culturali e associative presenti nei nostri quartieri, il patrimonio pubblico rigenerato e riqualificato può dare un importante contributo per favorire l’accesso alla cultura delle tante persone, bambini, giovani e adulti altrimenti tagliate fuori e contrastare l’emergenza culturale sempre più evidente. L’accesso alla bellezza, invece, è già di per sé in grado di dare sollievo a tante persone con una vita provata e deprivata.

Spazi sociali e solitudini

Un dato che colpisce molto a Roma è quello delle famiglie unipersonali, formate cioè da una sola persona, che a rappresentano quasi il 45% del totale (nel I Municipio si sfiora il 59%!). Non parliamo soltanto di anziani che vivono soli, ma pure di tante altre persone senza relazioni familiari o amicali stabili.  La povertà relazionale, la solitudine a Roma, nel Paese, ha molteplici conseguenze per tutti, al pari del crescente disagio economico, lavorativo, ed abitativo. Vivere gli spazi sociali, può significare rendere il patrimonio pubblico un attore decisivo per promuovere e sostenere relazioni sociali di prossimità mettendo a disposizione spazi per: centri di aggregazione giovanili, centri sociali per adulti e anziani, spazi polivalenti per condividere tempo, idee, conoscenze ed esperienze. Aggiungo che soprattutto le donne sole con figli minori, con bambini – italiane o straniere non fa differenza  – si trovano spesso a Roma con il grande problema di non avere luoghi sicuri e qualificati dove poter tenere i propri figli durante l’orario di lavoro. Quanto bene potrebbe fare un patrimonio pubblico orientato a contribuire a queste risposte!

Patrimonio pubblico e povertà

Chi vive in condizioni di povertà estrema subisce molte privazioni collegate tra loro che si rafforzano e si alimentano reciprocamente: condizioni di lavoro pericolose, insalubrità dell’alloggio, mancanza di alimenti nutritivi, disuguaglianza nell’accesso alla giustizia, mancanza di potere politico e accessibilità limitata all’assistenza sanitaria – che impediscono loro di concretizzare i propri diritti.

In tal senso la povertà è sostanzialmente la negazione del diritto a quella vita piena di cui abbiamo parlato all’inizio. Siamo abituati ad approcciarci ai poveri, ai senza fissa dimora, a chi vive ai margini della nostra società a causa della condizione di disagio sociale, lavorativo e abitativo in cui versa come persone permeate da un’accezione per sottrazione: sono persone “senza” dimora, lavoro, relazioni sociali, assistenza sanitaria, etc. Per quanto questa condizione di privazione sia reale, se vogliamo restituire davvero pari dignità e valore al vivere la città di queste persone, è necessario tornare a considerare la persona nella sua integralità, nella sua libertà e nel suo diritto a realizzare un’esistenza appagante e gratificante.  Riflettendo sul patrimonio pubblico, non si può dunque parlare di vivere gli spazi sociali, senza prima riaffermare con forza l’accesso al diritto ad una casa, anzitutto per coloro che vivono ai margini della nostra città. La strada è quella di rendere disponibile una significativa quota del patrimonio pubblico per realizzare esperienze di inclusione sociale come il co-housing, l’housing first o l’housing-led (ed il recente bando pubblicato dall’Assessorato alle Politiche sociali sembra essere un bel segnale in questa direzione). Non c’è alternativa se si vuole superare finalmente sia la logica emergenziale con cui per decenni ci si è approcciati al problema della casa, sia la logica assistenziale costretta all’offerta di meri servizi di bassa soglia, quali gli ostelli per senza fissa dimora così come fin qui concepiti.

Occorre anche cogliere l’opportunità del patrimonio pubblico per predisporre di una rete di servizi sociosanitari e di strutture sanitarie che offrano accoglienza e garantiscano cure e accompagnamento professionali alle persone fragili per il superamento della malattia. È infatti ben nota la grave situazione in cui vengono a trovarsi i soggetti socialmente fragili ospedalizzati, che presentano comorbilità di patologie croniche successive alla fase acuta, e per le quali di fatto non è possibile procedere a dimissioni davvero protette in quanto privi di un alloggio che offra ambienti adeguati alle esigenze di cura una volta usciti dalle strutture ospedaliere. Non rari episodi tragici, come quello della morte dei pazienti finiti per strada, ci ricordano la rilevanza della questione.

Spazi sociali e città multietnica

È necessario ricordare quanto la nostra capitale sia una città sempre più multietnica e cosmopolita grazie alla presenza di circa 600.000 stranieri (tra cui quasi 338mila sono non comunitari) che rappresentano ben 120 comunità etniche diverse, la maggior parte delle quali sono molto attive e vivaci e danno un contributo importante alla vita sociale ed economica di Roma. Tra questi stranieri in città si contano ben 43.799 studenti nelle scuole di ogni ordine e grado. Porsi quindi l’interrogativo di come questi nostri concittadini – soprattutto giovani appartenenti alle seconde generazioni – vivono il territorio o il quartiere, quale posto, quale futuro abbiano nella nostra comunità urbana, è tutt’altro che superfluo. Con riferimento ai giovani, di ogni etnia e di ogni cultura, sappiamo bene inoltre come con la pandemia il disagio giovanile sia aumentato fortemente anche a Roma, e quindi quanto sia necessario migliorare la vivibilità e la fruizione in modo sano degli spazi cittadini da parte dei giovani, e pensare al contempo a nuovi strumenti, nuovi spazi e nuove strategie per contrastare il fenomeno dell’abbandono scolastico, soprattutto tra gli adolescenti (fascia di età 16-18 anni). Attenzione su questo: se non si interviene “da ieri”, si continua a depauperare la città, si continua a “produrre” nuovi poveri, nuovi “scarti” della città, si continua ad alimentare una cultura della illegalità e con essa una criminalità che prima o poi presenterà il conto a tutti!

Vivere gli spazi sociali come percorsi di crescita civica

Ho fin qui ricordato come ogni nuova riflessione sull’utilizzo del patrimonio pubblico per finalità sociali dovrebbe partire dalla creazione di quelle condizioni di diritto e di fatto che promuovano la possibilità di vivere lo spazio sociale nel modo più inclusivo possibile. Luoghi che siano belli, decorosi, attrattivi e che evitino la “segregazione spaziale”.

E’ però necessario fare molta attenzione al modo con il quale si intende procedere, avendo la cura di coinvolgere attivamente coloro che dovrebbero essere i destinatari ultimi degli spazi sociali, spazi sociali che occorre far percepire dagli stessi come beni comuni, da conservare, da manutenere, da curare da parte di tutti – e non solo da parte del comune – per evitare che divengano come spesso accade degli ulteriori luoghi di degrado e di insicurezza.

E’ necessario dunque da un lato evitare progetti calati dall’alto e dall’altro, responsabilizzare tutti.

Ciò potrebbe dunque offrire la grande opportunità di avviare con le comunità locali percorsi di educazione rivolti a tutti e non solo ai giovani, ma pure agli adulti e agli anziani, per diventare migliori cittadini, proprio perché cittadini attivi e responsabili della tutela dei beni comuni di Roma.

Si potrebbe pensare, in questa chiave alla promozione di progetti sperimentali e laboratori con i soggetti appena citati, al cui interno poter situare iniziative particolarmente rivolte alle fasce di popolazione in maggiori difficoltà dal punto di vista sia abitativo, sia sociale.

Ecco perché, per far sì che le sfide e le opportunità che ci si pongono davanti – grazie soprattutto ai finanziamenti del PNRR -e delle altre risorse alle quali fa riferimento il programma che il Sindaco presentò lo scorso 21 febbraio al Parco della Musica, vengano vinte e colte a favore di tutti e siano un volano reale per superare le disuguaglianze esistenti, è necessario recuperare un rapporto di fiducia reciproca tra pubblico e privato, tra cittadini ed istituzioni.

Per concludere

È giunto il tempo di essere coraggiosi e di osare, per:

  • ripensare una relazione costruttiva tra soggetti del terzo settore, comunità religiose, associazioni del volontariato di ogni estrazione e realtà del privato sociale ed enti pubblici nella gestione sociale del patrimonio pubblico;
  • mettersi al servizio di una città realmente multietnica e veramente inclusiva;
  • responsabilizzare tutti i cittadini, anche quelli che finora hanno vissuto ai margini della nostra società, a dare il proprio contributo.

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