Esquilino

21.04.2022

L’accoglienza dei profughi ucraini nelle occupazioni


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Le storie di Alina, Iryna e Stella, fuggite dalla guerra e ora a Roma nello stabile occupato di Via Santa Croce in Gerusalemme.
Articolo di Velania A. Mesay (13 Aprile 2022 per Micromega).

Alina fissa il piccolo schermo del suo televisore. Ascolta ormai anestetizzata le ultime notizie sulla guerra nel suo Paese. All’intervento dell’ennesimo analista decide di spegnere la tv. Sospira. Dalla sua piccola stanza, sita in Via Santa Croce in Gerusalemme, nell’occupazione nota ai più dal nome dell’associazione culturale che ospita al piano terra “Spin Time”, ci rivolge un sorriso e afferma: “Io ciò che potevo fare, l’ho fatto”.

Si riferisce all’ospitalità data a sua nuora e alle sue nipoti proprio nel palazzo occupato dove risiede da sei anni. “All’inizio non volevano venire qui ma poi, con l’estendersi del conflitto anche sul fronte occidentale hanno deciso di scappare”. Un viaggio durato sessantaquattro ore. Solo per varcare la frontiera con la Polonia hanno atteso un giorno e mezzo.

Esauste hanno fatto ingresso il 7 marzo in una delle stanze degli ex uffici INPDAP allestita frettolosamente da Alina e da altre sue connazionali che come lei vivono qui. Una pulita al pavimento, dei materassi stesi sul suolo e delle coperte regalatele dai nuovi vicini, sono bastati per affrontare la prima notte.

È passato oramai quasi un mese dal loro arrivo, eppure continuano a sentirsi un po’ spaesate in questa babele etnica che ospita più di 150 famiglie di 24 nazionalità diverse. I loro nuovi “vicini di corridoio” vengono dalla Nigeria, dal Senegal, dalla Romania e dalla Moldavia. Alina avrebbe preferito che i suoi familiari venissero collocati in una stanza vicino alla sua, ma al suo piano le stanze sono tutte prese, così come le altre di questo edificio che risponde alle esigenze dell’emergenza abitativa romana, una tra le più gravi del Paese.

Secondo le stime ufficiali, le famiglie in attesa di una casa popolare nella capitale sono più di dodicimila e circa diecimila di queste vivono nelle occupazioni. Il palazzo in questione balzò agli onori della cronaca nel maggio del 2019, quando qui venne staccata la luce e le 450 persone che vi abitano, compresi anziani e bambini, rimasero senza elettricità per sei giorni fino al gesto del cardinale Konrad Krajewski che, assumendosi piena responsabilità dell’atto, decise calarsi nei tombini del contatore e riallacciare la corrente. Un gesto non passato inosservato e che fece parlare all’epoca di “disobbedienza civile”. Ora l’elemosiniere del papa fa avanti e indietro da Leopoli, sempre alle prese con altre opere di assistenza…
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