Nessuno aiuta le donne al centro di detenzione di Ponte Galeria

Dal primo lockdown viene impedito l'accesso ai gruppi di assistenza legale che aiutano le detenute a ottenere i loro diritti e a non essere espatriate

di Corinne Redfern

Il 9 marzo dell’anno scorso, con l’avvio del lockdown, venne annullata all’improvviso l’assistenza esterna per le 40 donne detenute nel “Centro di permanenza per il rimpatrio” di Ponte Galeria, alla periferia sudovest di Roma: lo comunicarono le associazioni non profit che fino ad allora fornivano loro sostegno legale e aiuto. Dapprima le autorità sospesero i voli di rimpatrio, ma anche quando furono ripresi – a giugno, dopo il lockdown – molte organizzazioni esterne scoprirono di non poter ancora accedere al centro per entrare in contatto con le detenute. Senza che questi gruppi le assistano e le rappresentino, per le donne del centro prive di documenti regolari aumentano i rischi di essere rimpatriate, anche se sono state vittime del traffico di esseri umani e dovrebbero godere del diritto di asilo, dicono gli stessi gruppi.
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