Una vista distesa di ulivi, per anni incustodita e abbandonata, che è stata rigenerata grazie all’attivazione civica. Parliamo del Parco dei Romanisti, a Torre Spaccata, dove la comunità di Gaspar8 da tempo si prende cura di un grande patrimonio verde.
Una comunità che parte dal concreto e che sceglie di generare valore dal basso con gesti potentissimi.
Tra questi, il progetto Olio Bene Comune, che nasce tra gli ulivi del Parco dallo sguardo di chi abita e vive il territorio. Qui, la raccolta e la produzione dell’olio, nati per contrastare l’incuria, diventano cura del verde, rigenerazione del patrimonio comune, ma soprattutto redistribuzione locale verso chi ha più bisogno. Per questo sull’etichetta c’è la torre di Torre Spaccata: qui si raccoglie, qui si dona.
Tutto è partito con questo slancio: creare un circuito di distribuzione territoriale mirato a chi effettivamente ne ha più bisogno con l’intento di fuoriuscire dalla logica dominante per cui tutto ha un prezzo. Il senso si trova nel desiderio di comunità, del fare insieme, di solidarietà e di cura dell’ambiente. Nel corso degli anni, le attività di Olio Bene Comune ed i suoi instancabili partecipanti sono state in grado di generare processi comunitari, attivare le persone del quartiere, creare momenti di vicinanza, convivialità, condivisione, in cui ognuno contribuisce come può - chi passa con i bambini, chi porta da mangiare, chi coglie e così via - senza fine di ritorno economico ma per la sola bellezza di stare insieme. Ecco l'intervista ai responsabili del progetto "Olio Bene Comune" Antonio e Tonino:
Come è nato Olio Bene Comune e come la sua storia si interseca con l’associazione Gaspar8?
Noi siamo stati un po’ gli antesignani dell’iniziativa Olio Bene Comune, fin dal 2012. Frequentavamo il parco soprattutto per portare i cani a passeggiare. In quegli anni gli ulivi avevano cominciato a crescere e diventare fruttuosi. Stavamo lì, li guardavamo, e ci dicevamo: “Ma guarda che peccato, stiamo perdendo un patrimonio!”. Io vengo da una famiglia dove le olive si raccolgono da sempre, quindi mi veniva naturale pensare che fosse assurdo lasciarle marcire a terra. Così è partita la cosa: come una piccola sfida, spontanea. Nei primi anni facevamo tutto a mano. Io portavo il materiale che avevo dal mio paese. Sapevamo fin dall’inizio che sarebbe stato difficile svolgere le attività legate alla raccolta e a tutto ciò che ne consegue, perché per il Comune il verde urbano verticale era un vero e proprio tabù: non era considerato un bene accessibile ai cittadini.
All’inizio facevamo un semplice fax al Municipio VIII per avvisare che saremmo andati a potare o raccogliere [...] poi abbiamo mandato una mail, in collaborazione con un’associazione ambientalista della zona, per chiedere un riconoscimento. Ma, ironia della sorte, proprio quella volta scattò una denuncia. [...] Noi, in realtà, stavamo solo sistemando le piante. Avevamo persino messo dei cartelli per spiegare che la raccolta delle olive sarebbe stata donata alla Caritas, che si trova proprio lì di fronte.
A quel punto ci siamo detti: “Dobbiamo uscire allo scoperto”. Così abbiamo presentato l’idea al Gruppo di Acquisto Solidale Gasparotto, che esisteva già, anche se noi non li conoscevamo. L’idea è piaciuta subito, anche perché loro erano interessati ma meno coinvolti operativamente, non avendo una sede nel quartiere. Poi, parlando con la presidente della cooperativa che gestisce il mercato, siamo riusciti a ottenere questo spazio: la casa che oggi usiamo come base operativa. Gasparotto ha avuto inizialmente un ruolo, diciamo così, formale, per intraprendere questa acquisizione di patto.
Quale consapevolezza in termini di approccio all’ambiente, all’accesso al cibo ha sviluppato in voi questa esperienza?
La nostra “missione” sono gli ulivi, per così dire. È una logica precisa, legata alla cura e al recupero del verde, ma anche all’alimentazione. Noi siamo presenti, ormai da un paio d’anni, nel Consiglio del Cibo con questo intento: dare un contributo per quanto possiamo, e promuovere l’idea del recupero anche alimentare dei beni che abbiamo in città. Perché – e questo lo sa bene anche l’assessorato all’Ambiente del Comune di Roma – ci sono migliaia di alberi in città. E adesso si sta diffondendo l’idea di piantare non solo alberi ornamentali, ma anche alberi da frutto. Per esempio, nelle scuole. È una cosa che prima mancava: non solo dal punto di vista ambientale, ma anche educativo. Quelle piante non dovrebbero servire solo a fare “decoro urbano”, ma a produrre, insegnare, far capire da dove viene il cibo. Ieri, ad esempio, sono passati tanti genitori con i bambini. Noi avevamo lì le merende e le olive appena raccolte. I bambini le guardavano e uno ha chiesto: “Ma da queste ci fai l’olio?”.
Non ci arrivano a pensarlo da soli, capito? Non immaginano che da quel piccolo frutto nero possa nascere qualcosa di così concreto come l’olio che usano tutti i giorni. Tra l’altro, proprio in questi giorni stavamo parlando di una nuova idea: stiamo cercando di entrare in contatto con alcune persone che hanno esperienza nel presentare progetti all’interno delle scuole. L’obiettivo sarebbe quello di organizzare una o due giornate dedicate agli ulivi, magari proprio nel periodo della raccolta. Durante questi incontri si potrebbe parlare in generale delle tematiche legate agli ulivi, ai parchi, alla cura del verde, e poi, perché no, coinvolgere anche i bambini e i ragazzi in una giornata pratica di raccolta, magari di sabato. Si divertirebbero un sacco: qui gli alberi sono bassi, ideali per farli partecipare e raccogliere le olive da terra.

L’olio avete deciso di offrirlo gratuitamente alle famiglie più fragili, come è nata questa idea e qual è la vostra mission?
L’intento era ed è quello di dire ‘raccogliamo qui e qui l’olio deve essere distribuito, non può andare altrove’ in un ottica chiara di distribuzione locale, aspetto talmente importante che nel patto di collaborazione è stato specificato. Infatti sull’etichetta c’è la torre di Torre Spaccata, per sottolineare che l’olio non va fuori. Inizialmente qualcuno ci aveva proposto di venderlo ma noi ci siamo sempre opposti a queste proposte che escono dalla nostra mission per cui non ci deve essere mediazione di denaro. Tutto è partito con questo slancio, creare un circuito di distribuzione mirato a chi effettivamente ha più bisogno. Tutto rientra in una logica di dono. In una società a economia capitalista tutto ha un prezzo, questo processo sfugge a questa logica. Se si inserisce lo scambio monetario e diventa una questione di mercato snaturi il significato che c'è dietro, ovvero il rapporto con la comunità, il rapporto ambientale. Una bottiglia in sé non cambia la vita a nessuno ma il gesto in sé può dare uno sprone. Dietro c’è un doppio aspetto, la cura del parco, della natura e degli alberi e poi la ricaduta in termini sociali.
Rispetto alle prime edizioni [di raccolta delle olive, ndr] c’è una partecipazione maggiore, inizialmente eravamo cinque-sei persone. Adesso invece abbiamo anche il ‘gruppo catering’ (ridono), nel senso che ognuno fa ciò che può, chi non può raccogliere porta da mangiare. Poi ci sono i bambini che passano e si fermano o le mamme con i bambini che gli fanno vedere le olive per la prima volta. Non è importante quanti siamo, l'importante è avvicinarsi e creare un senso di comunità, che oggi la gente non ha più e si è estranei persino al vicino di casa.
Per cui, creare momenti di aggregazione attraverso un progetto, secondo noi, è una sfida da portare avanti. Sperando che l'amministrazione ci supporti, ma rispetto a questo lo scoglio principale, quello formale, sicuramente è stato superato. Cerchiamo anche di fare contaminazione, di dare una mano per trasmettere questa buona pratica, come ad esempio col parco Salvador Allende. Fare rete, esportare questa cosa perché la quantità di patrimonio di ulivi a Roma è infinita. Si possono intercettare e stimolare i quartieri, i comitati, generando una forma importante di coinvolgimento.
In che modo pensi che questo progetto abbia cambiato o migliorato la vita del quartiere?
Il progetto è assolutamente aperto. È stato proprio questo il nostro intento fin dall’inizio: lasciare il progetto aperto a chiunque voglia collaborare. La sfida è proprio lì, allargarlo, renderlo il più partecipato possibile. Ti faccio un esempio: c’è la signora B., che ha problemi di schiena e non può raccogliere le olive. Però ieri è venuta con un ciambellone, oggi con una crostata. Com’era la crostata? Buonissima! B. è una professionista ormai! Anche questo è un modo di partecipare, no? È una forma di collaborazione e condivisione, un modo per creare momenti di compagnia e comunità. Ieri, davvero, c’erano una trentina di persone. Bello. Alcune raccoglievano, altre passavano, si fermavano curiose. C’era chi diceva: “No, ma io non ho raccolto, non posso mangiare”. E noi: “Ma che dici? Mangia, prendi un panino, bevi qualcosa!”. Ecco, questo è lo spirito del quartiere: partecipazione spontanea, accoglienza, convivialità.

Perché stringere un Patto di collaborazione per la gestione condivisa dei beni comuni con il Municipio, che tipo di ricadute ha avuto al livello organizzativo e territoriale?
Il Patto è stato uno step formale, un riconoscimento istituzionale, che ci sentivamo di dover fare per dare stabilità (e visibilità) e sicurezza al progetto. In questo modo inoltre le responsabilità sono distribuite per cui siamo alleggeriti in termini di lavoro. Speriamo poi che il patto, ufficializzando questa nostra attività, sia un segnale per il quartiere. Ora dal comune ci aspettiamo le targhe, quelle fisse da mettere a terra, che testimoniano le attività e il presidio e danno una sensazione di stabilità del progetto, magari così le persone lo riconoscono e si avvicinano più facilmente.
Se dovessi descrivere il Progetto Olio Bene Comune con una parola o una frase, quale sarebbe?
Dono, contaminazione.
C’è un episodio o un ricordo particolare che rappresenta bene lo spirito del gruppo?
Mi ricordo il primo anno, guarda, eravamo io e Piero. E ci siamo trovati la prima domenica all'inizio del parco, di fronte un altro ingresso di là. Pioveva. E mo' che si fa? Ci siamo guardati io e lui. Dico "Pie’, mo che famo?" E lui "E che ne so, Tonino, andiamo via perché a sto punto.. Poi erano comunque poche le persone che avevano dato la disponibilità a venire all'inizio. Allora dico "Pie, ormai però stamo qua, aveva smesso nel frattempo di piove, di solito tra l'altro quando piove le olive non si dovrebbero neanche toccare perché non non è benefico per le piante. Dico "Piè, però l'appuntamento abbiamo dato, poi è sabato e domenica, io lunedì lavoro, insomma, se saltavamo il sabato e la domenica era un problema. Dico "Senti, stiamo qua, cominciamo". Oh, dopo la gente è arrivata e l'abbiamo fatta per la prima volta e dopo a fine giornata ho detto "A pie ti ricordi stamattina?" E noi ogni tanto se lo raccontamo.
Piano piano la gente arriva, è un po' questa la dinamica, poi ci sta, noi non è che abbiamo detto di stare dalla mattina alla sera, chi viene può stare due ore, un'ora, mezza giornata, è una logica aperta.

Quali sono i prossimi step dell’associazione e del progetto?
Adesso abbiamo in corso un’altra pratica di recupero. Qui sotto passa la tramvia Togliatti, che arriva fino a Ponte Mammolo. È un progetto già partito, il cantiere è aperto, e l’anno prossimo sicuramente sarà completato. Proprio lì, all’incrocio tra via Casilina e via Togliatti, a circa un chilometro da qui, c’è una pianta di ulivo bellissima. Era produttivissima: l’anno scorso ha dato tantissimo, quest’anno no, perché la stagione è stata quella che è stata. E allora ci siamo detti: “Ma che facciamo? Quando passeranno con i lavori, finiranno per sradicare tutto?”. Così abbiamo deciso di muoverci per tempo, per cercare di salvarla e inserirla nel progetto di recupero. Io avevo proposto di piantare lì altri alberi — non per forza ulivi — ma alla fine abbiamo deciso: “No, no, ulivi, ulivi!”. Perché in fondo la nostra missione è quella, sempre quella: curare, recuperare e valorizzare gli ulivi, simbolo del nostro impegno per la terra e per il territorio.
Speriamo che il Patto di Collaborazione, che ha ufficializzato questo progetto, possa essere anche un segnale per il quartiere. Spesso, infatti, le persone non sono a conoscenza di queste iniziative. Io stesso ne ero informato perché conosco Paolo, vivo qui e li vedevo all’opera; inoltre, frequentando il centro d’ascolto dell’altra parrocchia, ci capitava di parlarne. Ma la verità è che molte di queste attività restano poco visibili, ed è difficile farle conoscere davvero alla gente. È un po’ come succede con eventi come Estate a Torre Spaccata, con serate culturali, spettacoli teatrali e concerti: molti poi dicono “Ma non lo sapevamo!”. Adesso però sta a noi. Dobbiamo essere costanti, presenti e capaci di dare continuità al progetto. L’obiettivo è anche quello di coinvolgere nuove persone, soprattutto i più giovani del quartiere e farli avvicinare alle attività, così che possano diventare parte attiva di questo percorso.

