Sotto lo strato di polvere di una vetrina o lungo le scanalature di una saracinesca inceppata si nascondono i segni di un’epoca trascorsa. Varcarne la soglia significa addentrarsi nell'ombra di ciò che è stato, inghiottiti da un silenzio improvviso che sospende il tempo.
A pochi metri dal ronzio del traffico e dalle vie dello shopping, dove i vecchi cartelli “Affittasi” mostrano numeri di telefono ormai illeggibili da anni, riposano in silenzio i fantasmi della metropoli consumistica. Tra i racconti possibili, quella dei Portici di Monte Cervialto è la storia di un vuoto urbano nel quadrante nord-est di Roma, nel cuore di Nuovo Salario. Un quartiere che negli anni Sessanta, nella fase in cui la città cresce più rapidamente verso l'esterno, dal poco più di un milione e mezzo di abitanti del 1951 ai quasi tre milioni del 1971, viene vissuto come una periferia distante dal centro, non solo in termini di estensione chilometrica, ma per un endemica scarsità di servizi e opportunità. È l'epoca in cui la casa popolare non viene pensata da sola, ma insieme ai servizi che dovrebbero accompagnarla nella logica della legge 167 del 1962 sull'edilizia economica e popolare, poi portata a scala più grande da quartieri come Vigne Nuove, Laurentino 38 e Corviale.
Ed è proprio in questo contesto che vedono la luce i portici, concepiti in perfetto sincrono con i complessi residenziali che definiscono il profilo della zona. Il progetto originale non è uno di quei grandi piani di zona, ma racchiudeva una visione integrata dell'abitare. Al piano terra degli edifici si sviluppava un sistema di una trentina di locali commerciali da circa 120 metri quadrati ciascuno, muniti di due o tre ampie vetrine, pensati come un piccolo "outlet di quartiere". Un'infrastruttura di prossimità viva e brulicante, passando per l’alimentari, la macelleria, il bar, il parrucchiere e la banca, fino alle piccole attività e ai laboratori artigiani, dove il passaggio quotidiano trasformava il porticato in un crocevia di sguardi e parole. Dagli anni Novanta la grande distribuzione si concentra e unisce in pochi luoghi un numero sempre maggiore di negozi e servizi. Quell'idea di prossimità entra in crisi. A questa trasformazione ha assistito Mauro, che vive ai Portici da più di sessant’anni. La sua storia personale si sovrappone a quella del luogo: era bambino quando arrivò qui e oggi, nelle fotografie conservate di quegli anni, riconosce l’inizio di una città che allora ancora non c’era. “Qui sopra non c’era niente, solo un grande prato e la montagna. In una foto ci sono io, con i calzoni corti, e dietro le gru che costruivano quei palazzi lì, che prima non c’erano. C’era il pecoraro, c’erano i campi, e poi, piano piano, il quartiere ha cominciato a cambiare”.
La mobilità cresce, le nuove strade ridisegnano i percorsi e il commercio comincia a seguire i flussi verso le grandi direttrici urbane. All’inizio degli anni Duemila, alla trasformazione commerciale si sovrappone quella proprietaria. I locali, inizialmente dell’INPDAI, l’ente previdenziale dei dirigenti delle aziende industriali, seguono destini diversi: una parte passa all’INPS, altri vengono coinvolti nelle operazioni di cartolarizzazione del patrimonio pubblico nel 2014. È la stagione della dismissione del patrimonio degli enti previdenziali: immobili diventati onerosi da mantenere e spesso bisognosi di interventi vengono venduti, immessi sul mercato o trasferiti a fondi immobiliari. Ai Portici, il risultato è una progressiva frammentazione della proprietà, che rende sempre più difficile immaginare un intervento unitario sul complesso. I locali rimasti all’INPS, inoltre, possono essere ceduti a privati soltanto attraverso procedure d’asta, mentre le diverse vicende proprietarie si intrecciano con anni di mancata manutenzione.
Con la progressiva chiusura delle attività, uno degli ultimi presìdi rimasti attivi è il bar, che negli anni diventa un punto di incontro informale per gli abitanti. Durante la pandemia, quando gli spostamenti si riducono e la vita quotidiana torna a concentrarsi nei luoghi di prossimità, quel punto di ritrovo acquista un peso diverso. Tra i residenti si comincia a discutere sempre più spesso dei portici e, soprattutto, di quei locali vuoti che da anni fanno parte del paesaggio del quartiere. Da quelle conversazioni il confronto si allarga e prende progressivamente una forma collettiva. Nel dicembre 2021 una prima assemblea pubblica riunisce gli abitanti e uno dei locali chiusi viene riaperto. Più che l’avvio di un progetto già definito, è l’inizio di una pratica che continuerà negli anni successivi: tornare a usare gli spazi per sottrarli all’abbandono e, attraverso l’uso, immaginarne una funzione diversa.
Nel giugno 2022 il percorso avviato dai residenti si struttura con la nascita formale del Comitato I Portici di Monte Cervialto. “Non potevamo lasciare che questi spazi venissero abbandonati. Se qualcosa non può diventare un negozio, allora facciamoci qualcos’altro”, racconta Piero Cesarini, presidente dell’associazione. Da allora, la presenza degli abitanti si traduce in un’attività costante sul territorio: uno dei locali viene destinato a sede del Comitato e il porticato diventa nuovamente luogo di incontro, attraverso assemblee, feste e iniziative che riportano persone negli spazi comuni.
Tra le iniziative organizzate per il quartiere ci sono il supporto allo studio, il coworking, lo sportello legale e l’assistenza digitale. A queste si aggiunge “Porticiak”, che estende la rivendicazione fuori dal perimetro del quartiere. Si tratta di un ciclo di cinque giornate di proiezioni cinematografiche gratuite, aperte a tutta la cittadinanza e organizzate interamente su base volontaria. Cesarini ci spiega come la rassegna abbia avuto un ruolo importante nel riportare persone nello spazio e nel modificarne la percezione. “Durante le diverse serate ci sono stati ospiti come Zerocalcare, Matteo Garrone e Carlo Verdone la partecipazione è stata molto alta: le sedie non bastavano, molte persone sono rimaste in piedi lungo il porticato. Questo episodio è stato un momento chiave, perché ha dimostrato in modo evidente che fosse possibile portare la cultura in periferia e che quello spazio poteva essere attrattivo per tutta la città.” Parallelamente alle attività culturali, il Comitato ha avviato un confronto con le istituzioni cittadine. “Il progetto riguarda dieci locali, concepiti come un sistema unitario per ospitare attività sociali e culturali e servizi rivolti al quartiere. Nel confronto con le istituzioni è emersa l’ipotesi che il Comune di Roma ne acquisisca cinque, individuati come possibile punto di partenza per costituire il primo nucleo di una riattivazione più strutturata.” continua Cesarini.
La riattivazione dei Portici si inserisce in un territorio dove, da anni, associazioni, comitati e realtà del Terzo Settore contribuiscono alla vita sociale e culturale del Municipio III. È dentro questa rete di esperienze che il percorso trova interlocutori e possibilità di collaborazione, allargando progressivamente la riflessione sul futuro dello spazio. In questo contesto prende forma anche l’idea del Polo Civico Oltreaniene, uno spazio di prossimità che nasce all’interno della rete cittadina dei Poli Civici, un ecosistema collaborativo che, nei diversi quartieri di Roma, promuove mutualismo, partecipazione e costruzione di risposte condivise ai bisogni del territorio.
Il percorso del Comitato Portici di Monte Cervialto si inserisce nel programma Periferiacapitale della Fondazione Charlemagne, che sostiene realtà associative e percorsi di partecipazione attivi nei territori periferici di Roma. La Fondazione ha scelto di sostenere il Comitato riconoscendone il ruolo nella costruzione di una presenza civica stabile nel quartiere e nella capacità di attivare iniziative, relazioni e forme di partecipazione intorno alla riqualificazione dei Portici. L’obiettivo è accompagnare esperienze già radicate nei territori verso forme di collaborazione più strutturate, mettendo in relazione il lavoro delle associazioni e dei comitati con quello di altri soggetti sociali e con le istituzioni.
I Portici non raccontano solamente il tentativo di una comunità di riattivare uno spazio abbandonato. Ma come un vuoto prodotto da trasformazioni economiche e patrimoniali venga progressivamente risignificato attraverso l'uso collettivo. Ora la sfida è capire se questa riattivazione possa diventare qualcosa di stabile, e se gli spazi ancora inutilizzati possano tornare a far parte, a pieno titolo, della vita dei Portici. “Cosa succederà in futuro in questo posto non lo so, però io sono convinto che, comunque, ci sia la determinazione e ci sia anche la partecipazione. E c’è l’interesse di tante persone del quartiere,oltre che del complesso. Quindi, comunque, sono fiducioso per questo. Si deve riuscire ad arrivare all’obiettivo perché io questo posto lo immagino. Soprattutto perché abito qui e ce l’ho sempre davanti agli occhi: lo vedo tutti i giorni e penso continuamente a quello che potrebbe diventare. E ogni volta lo immagino trasformato, pieno di gente. Immagino la ludoteca, con i bambini che arrivano, oppure una libreria, dei servizi, uno spazio per le associazioni. Tutta una serie di attività che possano stare qui e che possano essere utili alle persone: un punto d’ascolto, dei servizi che ti aiutano, un posto dove sai che puoi entrare e trovare qualcuno.” conclude Cesarini.
