Roma–Torino: infrastrutture di prossimità tra rigenerazione urbana e welfare locale

Il 9 e 10 marzo, il team di Periferiacapitale ha fatto tappa a Torino per una visita studio dedicata ai modelli di rigenerazione urbana e welfare di prossimità. Due giorni di attraversamento dei quartieri Aurora, San Salvario e Barriera di Milano hanno permesso di osservare da vicino non solo singole esperienze, ma una politica urbana consolidata: quella delle Case del Quartiere. Più che semplici spazi o centri culturali, le Case del Quartiere torinesi si configurano come infrastrutture di prossimità: luoghi in cui attività, servizi e relazioni si organizzano su scala locale, incidendo in modo continuativo nella quotidianità dei quartieri.

Una rete nata dal basso, consolidata nel tempo

Le Case del Quartiere sono oggi otto, distribuite in contesti urbani molto diversi. Non nascono come progetto unitario, ma da processi di riuso di edifici dismessi, bagni pubblici, officine, spazi civici, progressivamente attivati da associazioni, cooperative e gruppi locali. Solo in un secondo momento queste esperienze sono state riconosciute e strutturate in una rete, attraverso un rapporto stabile con la Città di Torino formalizzato in protocolli d’intesa. Come ci ha riportato il direttore della Rete Roberto Arnaudo, la necessità di costituire una "Rete" non è stata solo una questione organizzativa, ma una scelta strategica: diffondere pratiche di innovazione sociale a partire dalle necessità dei territori.

Un soggetto “terzo” tra istituzioni e territori

Uno degli elementi più rilevanti riguarda la posizione di queste esperienze rispetto alle istituzioni. Le Case non sono semplici affidatarie di servizi pubblici, ma si configurano come soggetti “terzi”, capaci di mediare tra amministrazione, terzo settore e abitanti. Questa funzione si traduce in pratiche operative precise: lettura dei bisogni locali, costruzione di reti, attivazione di progettualità e gestione condivisa degli spazi. Non si limitano a ospitare attività, ma contribuiscono a definirle e orientarle.

La prossimità come forma di welfare

È nella dimensione del welfare che il ruolo delle Case emerge con maggiore chiarezza. Durante la pandemia, questi spazi hanno agito come nodi della rete Torino Solidale. Oggi quella funzione si è stabilizzata in una serie di dispositivi permanenti: sportelli sociali e digitali, supporto amministrativo, orientamento ai servizi. La specificità non risiede tanto nei servizi offerti, quanto nella loro collocazione: all’interno di spazi informali e accessibili, frequentati quotidianamente. Questo consente di abbassare la soglia di accesso, intercettare bisogni invisibili e costruire relazioni di fiducia nel tempo.

Cecchi Point: crescita per stratificazione

Nel quartiere Aurora, il Cecchi Point rappresenta uno dei casi più significativi. Nato nei primi anni Duemila nella palazzina di via Cecchi 17 grazie all’associazione Il Campanile ETS, lo spazio si è sviluppato progressivamente attraverso il recupero delle ex Officine Municipali. Non esiste un momento di compimento: il Cecchi Point cresce per aggiunte successive, adattandosi alle opportunità e ai bisogni emergenti. Oggi è uno spazio polifunzionale che ospita uffici, una sala teatro, una ciclofficina e attività circensi, ma soprattutto funziona come piattaforma per soggetti esterni. Il progetto Cecchi Community Care, sostenuto anche da fondi PNRR, rappresenta un’evoluzione ulteriore: un presidio territoriale che integra dimensione sociale e sanitaria, rafforzando il ruolo della Casa come punto di accesso ai servizi di prossimità.

San Salvario: un modello di sostenibilità e partecipazione

La Casa del Quartiere di San Salvario, ospitata negli spazi degli ex Bagni Pubblici municipali e ideata e gestita dall’Agenzia per lo Sviluppo Locale di San Salvario, consente di osservare da vicino il modello di governance strutturata e partecipativa sviluppato in questi spazi. Attiva dal 2010, la Casa presenta un costo annuo di circa 210.000 euro, coperto per oltre il 70% da autofinanziamento e per la restante parte da contributi di fondazioni. Questo dato restituisce una capacità strutturata di generare risorse attraverso attività e uso degli spazi, rafforzando una condizione di sostenibilità che non dipende in modo esclusivo da fondi pubblici. La gestione si fonda su un assetto partecipativo articolato, con un’assemblea composta da 24 rappresentanti, e su una programmazione che combina attività continuative, iniziative temporanee e call pubbliche annuali.

Via Agliè: il tempo e il presidio

Ai Bagni Pubblici di via Agliè, nel quartiere Barriera di Milano, emerge con particolare chiarezza un altro elemento centrale: il tempo. Qui la costruzione dello spazio non parte da una programmazione definita, ma da un lavoro di presenza costante nel quartiere, anche al di fuori della struttura: nei mercati, nelle farmacie, nei luoghi della vita quotidiana. È attraverso questo presidio diffuso che è stato possibile intercettare bisogni e desideri, coinvolgere gli abitanti e costruire progressivamente un riconoscimento dello spazio. Le attività che ne derivano sono semplici ma radicate, spesso gratuite o a prezzi accessibili, e rispondono a una domanda reale, come quella di socialità e cultura per una popolazione anziana. In questo caso, la dimensione relazionale precede quella organizzativa: le attività sono una conseguenza, non il punto di partenza.

Abitare fuori dal mercato: il Community Land Trust

Accanto al lavoro sugli spazi civici, la visita al cantiere del Community Land Trust (CLT), esperienza pionieristica in Italia, avviata in corso Giulio Cesare 34, apre a un livello di intervento differente, quello delle condizioni che regolano l’accesso all’abitare. Il modello abitativo separa la proprietà del suolo, che resta collettiva, da quella dell’edificio, consentendo l’accesso alla casa a prezzi basati sull’ISEE e non sulle dinamiche speculative. Il progetto, promosso dalla Fondazione di Comunità Porta Palazzo, prevede l’inserimento di 11 nuclei familiari e 5 associazioni, oltre a spazi comuni interni e a uno spazio al piano terra aperto al quartiere. L’obiettivo è contrastare i processi di espulsione legati alla trasformazione urbana e ai processi di gentrificazione, intervenendo non solo sugli spazi, ma sulle condizioni di accesso all’abitare.

Guardare a Torino da Roma

Questa trasferta non è stata solo un momento di osservazione, ma un'occasione di riflessione per il lavoro che Periferiacapitale porta avanti nei Municipi di Roma. Più che un modello da replicare, Torino offre alcune indicazioni operative: la continuità nel tempo, oltre la logica del progetto; la capacità di mantenere apertura evitando appropriazioni esclusive; una gestione che tiene insieme dimensione sociale, culturale ed economica; un rapporto con le istituzioni fondato su collaborazione e autonomia.

Per contesti come quello romano, spesso caratterizzati da esperienze diffuse ma frammentate, emergono alcune domande: Come costruire continuità oltre il progetto? Come tenere insieme accessibilità e sostenibilità economica? Come rendere stabile il rapporto con l’amministrazione senza perdere autonomia? Sono questioni aperte. Torino mostra che, quando uno spazio riesce a radicarsi e a produrre relazioni nel tempo, smette di essere un progetto e diventa parte delle politiche pubbliche della città.

 

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